1994-2004: il pendolo tra speranza e disincanto. “Il nostro tempo e la società italiana”
Roma, 20 gennaio 2004 Aula Magna Università “Roma Tre”
Saverio Avveduto Presidente UNLA – UCSA
Saluto
Buon pomeriggio. I miei ringraziamenti vanno innanzitutto al Rettore Fabiani che ci ospita e poi alla “giovane” Università Roma Tre. Quest’attributo della giovinezza mi ricorda una battuta di Cartesio: ad un suo amico che gli chiedeva a quale Università dovesse iscrivere suo figlio, se ad un’ Università recente o antica, consigliò di iscriverlo a quella giovane, che probabilmente non aveva avuto ancora il tempo di “corrompersi”! Il compito del Presidente, che io cercherò di osservare al meglio perché il calendario del nostro pomeriggio è molto vasto, è come si sa, quello di fornire il quadro complessivo del discorso, dare il senso, il significato dello stare insieme. Tale stigma può essere colto in quello che alla nostra Università, all’UCSA, consideriamo un metodo di ricerca prioritario: lo chiamiamo il “deuteragonismo”. Non è una novità, poiché risale addirittura a Platone ed a i suoi dialoghi intitolati, è noto, non a Socrate, protagonista, ma ad altri, a Fedro, a Filebo, per esempio, cioè ai deuteragonisti. Questo discorso negli ultimi mesi è riemerso in occasione di un Convegno sul teatro al Victoria and Albert Museum di Londra. Un famoso regista ha lì ripreso questa convinzione che io considero tipica del nostro modo di fare ricerca: ricerca significa infatti spesso, creare piccole verità nuove, conquistare o, meglio, costruire dialetticamente piccole verità nuove. Nel costruire queste strade modeste ma impervie, in realtà ogni ricercatore riconosce di non avere la verità. Il concetto di deuteragonismo significa proprio questo: nessuno individualmente è possessore di verità. Questa risiede nel rapporto tra le persone. Due persone, tre persone, più persone ossia l’interazione molteplice, costituiscono il fondamento dell’innovazione. Gli inglesi hanno chiamato questa costruzione della verità a due o più voci, alla nascita di verità che non si possiedono singolarmente ma nel rapporto, con l’espressione in between, che tradurrei “in tra”; ossia la verità sta “tra”, le persone. Noi oggi abbiamo un qualificato parterre di attori culturali che ora Vi presenterò brevemente: nessuno di loro, come ho detto, è, a mio parere, in possesso di verità piene, lo è in quanto interagisce con gli altri, come credo ci prepariamo a fare. Nella conferenza all’Albert Museum della quale Vi ho detto, è emerso un ulteriore aspetto interessante: e cioè che in realtà anche coloro che non parlano, che non sembrano partecipare, costruiscono verità con la loro presenza. Ecco perché quest’assemblea di oggi promette di fare un piccolo passo verso verità nuove e quindi ci consente di uscire da quest’aula un po’ più ricchi di quanto eravamo entrando. Questo è il senso del nostro lavoro scientifico che credo possa essere condiviso. Toccandolo “specifico” di questo incontro, vorrei aggiungere che oggi abbiamo il compito di tentare una pittura globale degli ultimi dieci anni della vita italiana nel quadro comparativo dei rapporti con coerenti partners e sotto il profilo del loro andamento evolutivo. Anche su questo punto vorrei richiamare la vostra attenzione. Noi non facciamo tutto quello che facciamo solo per l’oggi, costruiamo verità per le prossime generazioni, tre almeno, credo. Tutto quello che l’Università produce, infatti, si ripercuote su di una terna delle prossime coorti di studenti: quindi ogni avanzamento della ricerca scientifica è un acquisto in favore di coloro che formiamo adesso e dei loro figli. Abbiamo quindi la responsabilità di costruire e di trasmettere un sapere consolidato da offrire alle prime generazioni di questo nuovo secolo. E infine, un ultimo commento sulla qualità scientifica non tanto del parterre, il che è ovvio, ma dei temi che saranno toccati. Come vedete, abbiamo tra noi i rappresentanti di ben cinque aree culturali: quello sulla ricerca scientifica e tecnologica vera e propria, rappresentato da un personaggio come Edoardo Boncinelli, illustre genetista,Direttore della SISSA di Trieste, (che nel novembre scorso ha celebrato il suo 25° anno di nascita e che è considerata, insieme alla Normale e alla S. Anna di Pisa, una delle tre grandi scuole di eccellenza italiane). Boncinelli, ci parlerà del ruolo della politica della scienza nel mondo contemporaneo. Ed è questo un primo filone. Un secondo filone è quello di Giancarlo Bosetti, Direttore di una prestigiosa rivista - Reset - esperto della comunicazione, il grande viale della trasmissione e dell’ininterrotta evoluzione del sapere. Seguono due illustri rappresentanti, l’uno dell’Economia e l’altro della Scienza Politica: i professori Paolo Guerrieri e Alessandro Ferrara, i loro percorsi si intrecciano e si fecondano, costitutivi come sono della società di oggi. Farei a questo proposito una piccolissima riflessione sulla “Scienza Politica”. Negli anni ’60 ho avuto il privilegio di concorrere con Giovanni Sartori e Beniamino Andreatta alla riforma della Facoltà di Scienze Politiche. Sartori creò allora il concetto di “scienza politica”, un salto culturale significativo. E così pure per l’economia politica, qui rappresentata da uno studioso eminente come Paolo Guerrieri. Una vecchia disciplina ma che diventa nuova perché fondamento di una società totalmente diversa. E infine, altro filone innovativo del sapere, le scienze cognitive, qui espresse dal Prof. David Meghnagi. Le più pervasive come scienze, quelle cognitive, sono quelle che pretendono di prenderci l’anima: la stessa di cui penso che tenterà di impadronirsi Meghnagi! Il collante del tutto è affidato ad Ilvo Diamanti, dell’Università di Urbino, editorialista famoso e scrittore raffinato per la scioltezza dei Suoi discorsi e del suo periodare innovativo. Il Vostro Presidente ha già consegnato alla stampa il suo contributo, il rapporto distribuito col titolo “Volar sanz’ali”. Definirei “trasversale” questo saggio, o, forse meglio, propedeutico perché tocca il tema basilare ed introduttivo del capitale umano. Vorrei dire con un’immagine, magari non troppo felice se non ben interpretata, che pretermettere o anche solo trascurare le human resources e occuparci solo del resto sarebbe come recarsi presso un ricco mercato, ridondante di merci, senza possedere il denaro per comprarle. Con la Sua relazione introduttiva Diamanti costituirà il tessuto connettivale delle cinque relazioni. Gli passo subito la parola.
“FELICITÀ ED INFELITÀ PRIVATA”
Ilvo Diamanti
Ringrazio il Prof. Avveduto per le belle cose che ha detto su di me circa non soltanto la quantità dei contenuti che cercherò di esprimere ma anche per la forma. A dir la verità ho avuto non pochi problemi proprio per il modo in cui scrivo. Ma evidentemente, coloro che si sono imbattuti nei miei scritti e continuano a farlo, si sono “assuefatti” a questo mio modo paratattico e poco ortodosso. Le persone si abituano e non fanno più caso al fatto che metto i punti dove gli altri mettono le virgole o addirittura non li mettono! Il vantaggio è però, che quando parlo non metto né punti né virgole, normalmente mi esprimo con parole e pause accompagnando i concetti che cerco di esprimere con toni e modalità diversi. Ringrazio il Prof. Avveduto anche perché mi attribuisce un ruolo che non vorrei avere, e cioè quello del “collante”, di colui che tiene assieme contributi e contenuti così diversi ma fra l’altro svolti da colleghi e studiosi così prestigiosi. Mi sento meno responsabilizzato nel momento in cui mi attribuisco come unico compito quello di svolgere una riflessione su un argomento che mi è stato proposto da coloro che mi hanno contattato a suo tempo, ossia il compito di “ragionare su un decennio”. Ragionare sugli ultimi dieci anni non significa necessariamente ragionare sugli anni ’90: può essere fatto evidentemente in modo diverso. Io che, come professione faccio il professore di Scienza Politica ma che ho un’assoluta propensione ad attività migratorie tra discipline e a sconfinamenti, ho provato ad interrogarmi su cosa significhi ragionare sugli ultimi dieci anni e su cosa potrei proporre di positivo a Voi che mi avete invitato ed ai colleghi qui presenti. Necessariamente ho fatto i conti con il tipo di ricerca che svolgo, il modo in cui si analizza e si affronta la realtà, le categorie che adotto, le attività che conduco con una certa continuità da ormai venticinque anni. La ricerca appunto è sulla società e la politica italiana in questi venticinque anni. Peraltro, nel momento in cui mi è stato proposto di ragionare su questo ultimo decennio, non ho potuto non pensare che per uno che come me si occupa di Scienza politica, fare un excursus decennale, vuol dire risalire al 1994. “1994-2004”: sono queste due date non casuali. Un decennio fa, cioè nel 1994, avviene una frattura molto forte nel rapporto tra società e politica in Italia. Nel 1993 di fatto assistiamo alla chiusura di un ciclo politico lungo, la Prima Repubblica, ed esattamente dieci anni fa si è chiusa l’esperienza del partito che ha accompagnato non soltanto la politica ma la società italiana associando la propria esistenza all’identità politica della 1ª Repubblica stessa, ossia alla Democrazia Cristiana. Il 24 gennaio prossimo ricorre il decennale della prima assemblea pubblica di presentazione e di promozione di Forza Italia. Di quel partito che, come la Democrazia Cristiana in qualche modo associa il suo percorso al suo corrispettivo, il Partito Comunista, associando la sua identità a quel che siamo oggi. Non voglio fare però una riflessione su questioni di tipo politologico. Voglio solo ragionare sugli ultimi dieci anni a partire da quella che necessariamente costituisce una frattura, ossia il periodo ’93 -’94. Una frattura che si tende a risolvere in termini politici e istituzionali: si tratterebbe cioè della fine di un regime, inteso nell’accezione francese, definito da determinate regole di riferimento e da un sistema di attori politici ben delineato. Ma cosa è successo veramente dieci anni fa? Vorrei affidare alla Vostra riflessione il fatto che siamo in una fase in cui siamo tornati a rileggere ciò che è avvenuto un decennio fa. Anzi adesso, come spesso avviene in tempi di ricostruzione difficile dell’identità politica e istituzionale, siamo tornati a discutere di ciò che è successo cinquanta, sessanta anni fa, a leggere e a riscrivere la storia della Resistenza, della nascita della Repubblica e quant’altro. Sicuramente si è in una fase in cui non c’è accordo su cosa sia avvenuto dal punto di vista politico ed istituzionale nel periodo 1991 –1993 e 1994. Per chi ha vissuto in prima persona quegli anni, c’è invece chiarezza: è finito un sistema, perché non reggeva più. Son finiti dei partiti perché i loro rapporti con la politica, l’economia e gli affari erano ormai insostenibili. Per altri non è così. C’è una diversa versione dei fatti. Non si tratta di “morte naturale” . La 1ª Repubblica sarebbe morta di “morte violenta”, con una serie di responsabili, complotto di magistrati, poteri forti, alleati e complici di determinati soggetti politici. Ho già anticipato che non ho intenzione di parlare di tutto ciò, anche se di certo costituisce un spartiacque che ci invita a riflettere su cosa è avvenuto. Ebbene , la mia personale idea è che ciò che è avvenuto dieci anni fa, è comunque parte di un processo più lungo che comincia almeno dagli anni ’80 e che delinea certamente un passaggio molto più ampio e profondo che afferisce ed attiene agli orientamenti culturali e sociali, ai modelli di vita, ai rapporti tra società e politica. In fondo, ciò che avviene nel ’93 – ’94 non fa altro che riflettere e ripercorrere, in modo non necessario perché la politica la fanno le persone, gli attori politici, i soggetti, un processo più lungo, un cambiamento che investe l’intera società e che di fatto caratterizza in modo molto sensibile e significativo il modo di essere, pensare e reagire delle persone. Qual è questo cambiamento di cui ciò che avvenne un decennio fa costituisce in qualche modo uno sbocco o comunque un passaggio rilevante? Si tratta del passaggio tra una fase di felicità pubblica ad una fase di felicità privata. A partire dagli anni ’80 assistiamo al movimento di questa sorta di pendolo che orienta la società e la sua azione in senso diverso. A partire dagli anni ’80 iniziamo ad assistere alla delusione nei confronti dello Stato e della sua azione nonché alla critica di quest’ultimo;assistiamo inoltre alla crisi della partecipazione politica collettiva. In quegli anni si adotta una categoria che entra nel lessico comune, si parla di “riflusso”: un altro modo di parlare del ritorno del pendolo. Chi parla di riflusso esprime un giudizio di valore, perché ha in mente un flusso, privilegiato. Dopo un flusso c’è sempre un riflusso, un ritorno indietro. In realtà le questioni sono sempre più complesse di queste. Faccio un elenco delle tendenze che cambiano l’andamento della società, della politica e della vita delle persone a partire dagli anni ’80. Abbiamo una crisi del ruolo dello Stato, cominciamo ad assistere alle prime critiche in modo assolutamente esplicito dello Stato, in varie accezioni. Da un lato in economia, il passaggio tra Stato e Mercato. Anche all’interno del Mercato e della sua dimensione, abbiamo un approccio diverso. Se fino agli ’70 l’economia era caratterizzata dal valore della grande dimensione, delle aggregazioni costituite dalle grandi città, dalle grandi metropoli, dalle grandi aziende, negli anni ’80 cominciamo ad assistere all’affermazione della dimensione del piccolo. Nascono le piccole imprese, i piccoli imprenditori. Ma non è un fatto nuovo. Tutto ciò era presente anche prima: ma solo in questa fase vengono verificate e rilevate come un valore. Tenete conto che la diffusione della piccola impresa in determinate aree ha un significato che va oltre l’aspetto economico e sta a sottolineare l’importanza che assumono il mercato e l’impresa come modelli e riferimenti dell’azione sociale. Quindi il Mercato non diventa soltanto un’alternativa allo Stato, c’è l’impresa che in quanto tale viene valorizzata come un modo e un metodo, un valore di riferimento. Di fatto la piccola impresa è assolutamente diffusa, è un’ opportunità e sgancia addirittura l’idea di impresa da quella di grande fabbrica. L’imprenditore viene definito non tanto come proprietario ma come innovatore, colui che riesce ad interpretare la società, la realtà, innovando le cose e cercando di dare risposte non scontate a problemi che magari lo sono. L’imprenditore è predisposto ad innovare, a rompere la routine. L’importanza del concetto di impresa nella cultura a partire dagli anni ’80, è assolutamente rilevante ed è tipica del cambio d’epoca. Questi processi di cui Vi sto parlando adesso diventano visibili ma esplodono negli anni ’90. Negli anni ’70 infatti, l’unica coniugazione e traduzione sociale possibile dell’imprenditore, era “padrone”. Quando si parlava di imprenditore si parlava di padrone. Dall’altra parte c’era come modello di riferimento: il partito della classe operaia, il partito di massa. Quando si parlava del “padrone” o si era con il padrone o contro di lui. Quando invece si utilizza la categoria di imprenditore, tutto cambia. Ci si accorge che il tempo è cambiato nel momento in cui l’imprenditore diventa un modello di riferimento per l’azione sociale, un valore che entra nel linguaggio. Negli ultimi venti anni abbiamo improntato e riplasmato il nostro linguaggio comune secondo il riferimento imprenditoriale. Si pensi all’azienda Italia gestita da buoni imprenditori e non da politici di professione. Non sono pensieri miei questi, ma echi del linguaggio comune. Pensate al trionfo del manager: cosa deve essere un buon amministratore? Un politico? No, un buon manager! Colui che gestisce ovviamente l’azienda comune. Notate come il linguaggio e il pensiero utilitarista diventi un metro di misura sociale. Abbiamo ormai, anche in politica, un trionfo della teoria razionale, ad ogni livello, ivi compresa la politica stessa. Si passa sempre di più a considerare la democrazia come democrazia reale, liberale, competitiva tra imprenditori politici. Partiti e uomini politici in grado di proporci un prodotto, le loro politiche, a noi tutti buoni consumatori che razionalmente sapremo scegliere la politica migliore acquistandola con la moneta di cui disponiamo. Potremmo andare oltre. Pensate al cambiamento nei modelli di partecipazione sociale. Fino agli anni ’70 le grandi associazioni erano le grandi associazioni orientate da grandi ideologie, da grandi valori e che quindi avevano riferimenti partecipativi molto forti. Dagli anni ’80 assistiamo al riemergere di un associazionismo di piccola taglia, fortemente centrato sui problemi, sulla dimensione espressiva, sull’identità, ma altrettanto fortemente sganciato dalle grandi ideologie che danno molta importanza al soggetto. Si passa da una dimensione collettiva - la felicità pubblica – alla dimensione individuale e privata. Il piccolo gruppo funziona più del grande movimento e della grande associazione proprio perché si centra sul fatto che le persone hanno bisogno di realizzare se stesse; nel piccolo gruppo ci riescono, riescono a dare risposta alla loro domanda di identità mentre nei grandi gruppi sono parte di identità collettive che in qualche modo li riassumono e li trascendono. I piccoli gruppi poi si trasformano in associazioni che affrontano problemi e danno loro delle risposte. Si ha così una fase molto forte di trasformazione di parte dell’associazionismo in associazionismo-impresa, impresa sociale che produce beni pubblici, beni sociali, come la solidarietà, il tempo libero, la cultura, lo sport. All’interno di queste associazioni volontarie aumenta il numero di volontari di professione, gli specialisti che producono beni e servizi all’interno di un settore del mercato, quello dei beni pubblici privati o privati sociali, che è sempre più ampio. Arriviamo ad una commistione di pubblico e privato tale da non sapere dove finisce l’uno e dove inizia l’altro; è pubblico o privato l’associazione che gestisce in prima persona le attività teatrali o culturali del Comune? È pubblico o privato l’ insieme delle associazioni che svolgono attività socio-sanitarie in ambito assistenziale con un unico committente? Potrebbero vivere queste associazioni senza un mercato pubblico? E viceversa potrebbero vivere i Comuni e gli Enti locali senza queste associazioni? Siamo in una fase, già negli anni ’80, che ci dice che le cose sono profondamente cambiate, dallo Stato al Mercato, dal pubblico al privato, dalla dimensione partecipativa e mobilitativa ad una dimensione dell’azione sociale e individuale di altro tipo. Da una parte potremmo definirla di utenti, di pubblico; si ha cioè il passaggio dei cittadini caratterizzati da una fase di una larga partecipazione ad una in cui diventano allo stesso tempo spettatori o parte di relazioni negoziali. Se gli anni ’60 o ’70 sono anni di grande protesta pubblica e di grande mobilitazione, prima gli anni ’80 e poi, soprattutto gli anni ’90 sono anni in cui il conflitto sociale scompare. Si assiste a due modalità prevalenti di concepire la protesta e comunque il rapporto negoziale tra cittadino e Stato. Primo aspetto, è la protesta senza mobilitazione: negli anni ’90 questa diventa determinante. Gli anni ’90 sono anni di grande tensione sociale che vengono registrati da attori che hanno la “delega” della protesta sociale, da veri e propri imprenditori del dissenso, della paura, della protesta. Coloro che le dicono grosse per conto vostro, per conto dei cittadini; questi ultimi possono stare a casa propria e lamentarsi con coloro che fanno sondaggi: a posto loro c’è la Lega che parla. Cosicché la forma della comunicazione aggressiva, negli anni ’90, diventa la forma prevalente. Gli anni ‘90 sono gli anni delle “telepiazze”, della società simulata a livello televisivo, da Gad Lerner a Maurizio Costanzo passando per Funari. La logica è sempre la stessa: trasferiamo e simuliamo la piazza come il luogo della protesta: così la società vi si riflette, non protesta, dissente, vive il suo malessere, parla poco, si lamenta molto e partecipa ancora meno. L’altra formula degli anni ’60 e ’70 è quella della concertazione che delega il compito della composizione a grandi rappresentanze di interessi che garantiscono per il consenso delle parti sociali. In realtà sul terzo piano che spiega l’espulsione della dimensione del conflitto dalla partecipazione della politica della società e della mediatizzazione, abbiamo forme di comunicazione che in qualche modo diventano sostitutive. Negli anni ’90, le paure riguardano anzitutto la sicurezza personale in relazione alla crescita della criminalità; tenete conto che gli indici di criminalità negli anni ’80 rispetto agli anni ’50, calano, ma aumenta la paura. Ecco allora che gli anni ’90 diventano gli anni di tutto ciò che era presente nel decennio precedente ma che solo ora diventa visibile. È abbastanza evidente che dal punto di vista politico, il trionfo della logica del Mercato, dell’impresa, della comunicazione al posto della partecipazione, della personalizzazione al posto dell’aggregazione, di una dimensione di protesta senza mobilitazione, tutto ciò diventi visibile. È più adatto a rappresentare tutto questo colui che fonda il partito impresa (Forza Italia), l’imprenditore d’Italia, colui che rappresenta gli individui poco partecipi. Tutte le indagini dimostrano che l’elettorato di Forza Italia è un elettorato popolare, costituito da elettori che hanno tassi di partecipazione attiva, interessi diretti alla politica, tra i più bassi. In realtà questa è la tendenza che caratterizza la società italiana negli anni ’80-‘90, che trasferisce la sua attenzione politica dalle piazze della società alla vita quotidiana, alla televisione, alla comunicazione. Allo stesso tempo, è abbastanza evidente che, almeno per altri versi, un altro soggetto che rappresenta questa fase storica del Paese nel decennio ultimo, è certamente l’autonomismo della Lega per il tipo di interessi che rappresenta ma anche per il linguaggio che esprime. È un linguaggio opposto, in contrasto con quello della politica tradizionale dei partiti di massa. È un linguaggio di rottura. Gli anni ’90 sono gli anni in cui trionfa quel modo di interpretare la politica che oggi viene definito, con una formula magari un po’ imprecisa ma di certo più evocativa che descrittiva, “l’antipolitica”. D’altra parte, i tempi in cui il principio del privato,dell’acquisitivo, dell’imprenditore, si sovrappone a quello dell’attore politico. È abbastanza evidente che la politica vede come attore privilegiato colui che per legittimarsi deve dire che non fa politica. Quale miglior politico di colui che non è un politico? Quale modo migliore per aver successo in politica dicendo che si fa politica per caso? È questa appunto “la politica dell’antipolitica”, che trasforma il rapporto tra società e politica. Ai partiti si sostituiscono le persone, alla fiducia invece dell’ideologia, alla comunicazione invece dell’organizzazione in cui la raccolta delle domande non appartiene più al soggetto, ai canali tradizionali ma ai sondaggi. Allo stesso tempo cresce anche il valore della persona che si affina anche tramite l’idea del benessere che privilegiano la cura dell’espressione e della persona. Non vorrei darVi un’idea manichea. Tendenze come queste non sono interpretabili da una sola parte politica anche se l’attività di chi fa politica è quella di dare un nome a questi fenomeni, canalizzandoli e dando loro una risposta. Questi fenomeni vanno un po’ ovunque e contraddistinguono anche i mutamenti degli stili di vita che poi trionfano verso la fine degli anni ’90. Fino a ieri la autodefinizione del concetto di benessere da parte delle persone atteneva sempre più al “sé” e arrivava alle iperboli, ossia alla cura di sé attraverso l’esplosione dell’importanza delle palestre o dello slow food ossia del mangiare lento. A mio modesto avviso, questa fase si è conclusa. È da qualche anno che la felicità privata vive una crisi profonda. Non siamo ancora, e magari non saremo mai, ad un ritorno della felicità pubblica. Siamo sicuramente in fase di infelicità privata, di delusione di un ventennio di felicità privata e di attrazione per i valori del privato. Un ventennio di partecipazione passiva, da spettatori, sembra oggi in una fase di crisi evidente. Quali sono i segnali ai quali assistiamo? I miei sondaggi, ai quali non dovete credere ciecamente, dicono che non è tornata la fiducia nello Stato ma la sfiducia nel privato ha superato quella nello Stato. Non c’è una crescita di fiducia nei servizi pubblici, ma Vi garantisco che dieci anni di trionfo del mercato delle privatizzazioni, dei trasporti e della sanità nel privato, ha generato grande delusione nei confronti del privato. Non vi dico che oggi lo Stato goda di maggior salute rispetto a ieri, né che le dimensioni identitarie pubbliche, collettive abbiano questo; Vi garantisco che le istituzioni del Mercato, oggi, hanno suscitato più sfiducia di quanto noi avremmo potuto immaginare. Le Banche, la Borsa, gli imprenditori, le loro associazioni, hanno toccato picchi negativi paragonabili a quelli dei partiti. Siamo in una fase di ritorno massiccio di conflitto sociale e della partecipazione che non sono più invisibili; nell’ultimo anno e mezzo infatti le ore perse per proteste collettive e scioperi superano tutte quelle dei dieci anni precedenti. Nel 2003, il 53% degli Italiani ha espresso più di una volta forme di attività di partecipazione politica; se ci aggiungiamo forme di partecipazione associativa e di impegno sociale arriviamo all’80% di Italiani. Abbiamo una forma di partecipazione collettiva che è esplosa nell’ultimo anno dopo la minaccia della guerra ma che era molto evidente anche in precedenza; abbiamo una crisi degli obiettivi di rivendicazione di tipo meramente acquisitivo. Oggi le mobilitazioni avvengono su temi come la previdenza sociale: non voglio stabilire se sia giusto o no l’articolo 18 ma questo definisce un problema che viene rivendicato in nome di un valore sociale, la pace o la guerra sono questioni collettive, generali. Abbiamo visto ritornare in piazza le persone anche perché si sono individuate delle forme diverse di partecipazione: pensate alle bandiere. Queste ultime sono forme di partecipazione collettiva individualizzata che possono toccare persone che fanno fatica a scendere in piazza. Sono questi segnali che riflettono anzitutto una risposta in termini di paura o di delusione. C’è la delusione nel privato più che una nuova fiducia nel pubblico e c’è una partecipazione che riflette minacce esterne, al Mercato, alla pace, all’incolumità delle persone che oggi mettono in secondo piano la paura della piccola criminalità Ci sono dunque dei valori che sono cambiati, per sfiducia, per paura, ma non solo. Esiste anche un problema diverso: se non crediamo che esista soltanto una spinta di tipo utilitario che orienti le persone, si scende in piazza per paura della guerra, del posto di lavoro ma anche perché si ha bisogno di affrontare un ventennio passato in solitudine nel quale la politica era concepita e percepita soltanto da spettatori, da clienti che comprano il prodotto offerto dall’impresa politica. Esiste anche una partecipazione, un ritorno alla partecipazione pubblica, di piazza, alla protesta, proprio perché è un valore in se il partecipare, il ritrovarsi tra gli altri. Essere considerati imprenditori anche nella vita quotidiana e utenti ogni volta che si fa politica nonché avere un rapporto con la vita e la struttura pubblica soltanto attraverso il telecomando, stanca le persone. Grazie.
“FORMAZIONE E RICERCA PER UNO STATO MODERNO”
Edoardo Boncinelli
Buongiorno a tutti. Rimango sempre affascinato quando ascolto relazioni come quest’ultima. Sarà il privilegio di essere uno scienziato, ma io non mi accorgo mai di nulla ossia di tutto ciò che accade attorno a me! Ho sentito delle forbite espressioni, che mi riportano indietro nel tempo, ai tempi di Lucrezio e di Cicerone: non è cambiato allora nulla? No, in realtà qualcosa è cambiato. Anche se basta leggere un po’ di libri, un po’ di storia per poi capire che in effetti non è cambiato nulla d’importante, pur essendo cambiato qualcosa. Tanto per iniziare, siamo più di sei miliardi, cosa mai successa nella storia. Secondo me, quello che credo di aver capito degli ultimi trent’anni, sono due fenomeni: il benessere e la sprovincializzazione dell’Italia. Io la racconto così. Innanzitutto il benessere. Che ci piaccia o meno, il periodo che abbiamo appena trascorso è stato quello di massimo benessere di tutta la storia: speriamo che non sia l’ultimo. Cosa vuol dire benessere? Questo termine ha una serie di componenti materiali oggettivabili e dimostrabili ma purtroppo farebbe riferimento anche ad una serie di aspetti interiori non dico di felicità ma almeno di tranquillità che però non sono garantiti nel benessere materiale. Certo, così bene, il mondo industrializzato e l’Italia non lo è mai stata. Ha prodotto quindi tutta una serie di cose che ci sembrano in realtà scelte volontarie ma non lo sono. Io vedo tutto come un problema di benessere che però, come spesso succede, genera una sorta di delirio di onnipotenza. Molti dei politici di oggi giocano a fare i non politici, ma si sono illusi che da un giorno ad un altro si potevano trasformare da imprenditori in politici: una vera e propria illusione secondo me! Tutti i nodi, è proprio il caso di dirlo, vengono al pettine: una cosa infatti è condurre un’impresa, un’industria piccola o media che sia, un’altra è essere in politica. Di fatto il benessere ha fatto sì che lo stile di vita cambiasse, venendo in contatto contemporaneamente con le altre nazioni, con altri modi di pensare e di vedere: c’è stata cioè un’inflazione,un bagno di benessere che ha determinato due conseguenze. La prima è che accanto al benessere materiale c’era, aggiungo io, anche un benessere interiore del quale la gente non si è resa conto o che non vuole accettare. Il benessere materiale, è ormai opinione comune, aiuta, rilassa ma di certo non dà e non potrà mai dare la felicità. Soprattutto non ti scatena quella molla per cui sei “un arrabbiato contro qualcuno”, che è una delle molle principali della vita! Oggi c’è tanta depressione proprio perché non c’è più quella molla della rabbia dell’avversario, del cattivo, della persona da abbattere. Quindi, da una parte il benessere non era quello che ci si aspettava, dall’altra,obiettivamente, il sogno si è avvicinato alla realtà in maniera incredibile: cosa possiamo ancora volere di più? Un televisore con gli odori? Un telefonino che risponde da solo? Certo, c’è ancora un settore rimasto molto indietro, che è quello della salute, sul quale, guarda caso, si investe tantissimo. C’è una domanda incredibile di salute legata al fatto che un essere umano meglio sta, meglio vuole stare, meno vuol soffrire, e più vuol essere, fino al punto che sui giornali possiamo leggere frasi come “non siamo stati mai così male”! Qualche giorno fa ho letto sul giornale che un italiano su tre è un malato cronico: una pura follia! Quando uno si “affeziona” allo star bene, crede di essere diventato immortale, invulnerabile ed insensibile al dolore: ecco perché vuole sempre di più! Nello stesso tempo però, ecco il disagio del benessere vero, ci si è resi conto che non è detto che duri questo processo di espansione: da che mondo è mondo l’espansione ha sempre un andamento molto accelerato ma che poi rallenta o si ferma addirittura. Nessun processo è infinito. C’è dunque una flessione, che si vede al livello degli stipendi in quanto chi sta bene è abituato a spendere senza limiti senza che tutto ciò gli dia la felicità; l’abitudine a spendere, a concedersi dei lussi però è difficile a dismettersi. Secondo me molte delle manifestazioni di questo tempo vanno lette in questo senso: il potere d’acquisto del mio stipendio sta obiettivamente diminuendo e quindi non posso più fare tutte le cose che ero abituato a fare. Perché c’è una flessione? Poiché l’Italia, essendo uscita da un ambiente molto piccolo, è venuta a contatto con un ambiente più grande che non è l’Europa ma la competizione; quest’ultima oggi si fa, prima che come economia, sulla ricerca e sull’investimento. Se ho difficoltà a capire cosa sia successo negli ultimi dieci anni nella ricerca, il discorso è molto semplice, in questo ambito non è successo assolutamente nulla! Sono trent’anni che faccio questo mestiere e in altrettanti anni non ho mai visto alcuna attenzione a quelli che sono i tre settori in un certo senso vitali, ossia la scuola, l’università e la ricerca. La scuola ha visto quaranta riforme, l’università che non è poi così male ma che di certo potrebbe essere migliorata, di fatto fa l’elefante che copre il problema vero cioè quello della ricerca. Ciò che è quasi inesistente è infatti proprio la ricerca. Quest’ultima oggi è sia scientifica che tecnologica: ha quindi un aspetto sia di conoscenza che di applicazione che di forma mentis intesa come razionalità critica, di definizione delle parole che si usano. Purtroppo l’Italia è un Paese intrinsecamente non scientifico, che ha delle grandi risorse individuali ma di certo non ha capito che la ricerca è un investimento collettivo: lo è sempre stato ma lo è soprattutto oggi. Eppure di cose ne sono successe, ad esempio nell’ambito universitario si è instaurato il famoso 3+2; e si è assistito al fatto che i compagni di partito, gli stessi che l’avevano proposto lo hanno criticato. Io personalmente, che purtroppo sono un ottimista, pur riconoscendo che questa riforma ha qualche difetto sono ben convinto che abbia anche qualche pregio. Tutto sommato dà una flessibilità diversa al nostro sistema: i nostri ragazzi arrivano sul mercato del lavoro mondiale con tre quattro anni di ritardo rispetto agli altri. Quindi il problema che mi riguarda più da vicino è che tutti parlano di ricerca ma in realtà vogliono dire università; effettivamente alla ricerca ci pensano pochissime persone. Il prezzo è altissimo. La ricerca biologica è inesistente, quella fisica sta un po’ meglio in virtù del fatto che una volta avevamo una tradizione di ricerca fisica. Ora la fisica è cambiata, ci vogliono strutture, organizzazioni e relazioni internazionali e purtroppo in questo caso l’Europa non ci aiuta perché come ho detto prima se l’Italia piange, l’Europa continentale non ride. Poiché il divario tra gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone e l’Europa aumenterà, ad un certo punto diventerà obbligatorio contrastarsi perché le distanze saranno aumentate tragicamente. Tutto ciò è molto grave. La scienza come prima cosa è conoscenza, esplorazione del mondo, acquisizione di molte cose. Ci sono poi le applicazioni, quelli che chiamiamo brevetti. Prendiamoci almeno, da tutto questo, il tesoro dei poveri ossia il vantaggio di una mentalità razionale, critica e della capacità di riconoscere che anche l’avversario, in certi limiti ha ragione. Non è possibile che il giusto sia tutto da una parte e lo sbagliato tutto dall’altra: discutiamo, usiamo le parole per il loro significato. Ad esempio discutiamo sulla parola democrazia: nel 2004 non può avere lo stesso significato che aveva nel 1954 o all’epoca di Socrate. Ci vorrebbe quindi un costume razionale, riflessivo, basato sulla definizione comune e convenuta delle parole altrimenti si rischia di fare dei castelli in aria. È fondamentale inoltre accettare la critica degli altri: è totalmente improbabile infatti che una persona da sola abbia ragione; l’umanità è andata avanti perché l’evoluzione culturale è stato un fenomeno collettivo. Il difetto di noi italiani a tutti i livelli, anche in campi che non sono la fisica o la matematica, è quello di non accettare il giudizio degli altri, figuriamoci degli stranieri! Secondo me, un po’ di malleabilità non ci farebbe male e ci aiuterebbe a sostenere lo schok del fatto che effettivamente il benessere non è la felicità, come è ovvio che sia, ma dentro il benessere c’è anche la possibilità di studiare e di imparare. Il concetto di benessere va molto oltre il fatto di avere il frigorifero pieno o la televisione, nel concetto di benessere è incluso anche quello della conoscenza e oggi, ci piaccia o no, la scienza è una parte fondamentale della conoscenza. Se posso fare un auspicio per il prossimo futuro è che qualcuno spinga i politici a incrementare, gli investimenti innanzitutto, ma anche quelli mentali nell’istruzione e nella ricerca.
Saverio Avveduto
Grazie al Prof. Boncinelli che ha tratteggiato un elemento centrale di tutta la vita collettiva ossia il capitale umano, le risorse. Vi devo dire che in questo panorama che stiamo oggi esaminando manca in maniera esplicita il tema delle risorse umane. Io stesso ho scritto a questo proposito un piccolo contributo, dal titolo “Volar sanz’ali”, per delineare la situazione drammatica che Boncinelli Vi ha presentato.
“IL DECENNIO VISTO DALLA RIVISTA RESET”
Giancarlo Borsetti
L’introduzione di Diamanti è stata un’analisi dei mutamenti, se ci sono stati, dello spirito pubblico nazionale: su di esso ci confrontiamo, sui suoi caratteri, sulle sue virtù e sui suoi vizi. Per lo più lo stato delle cose ci lascia insoddisfatti. Esiste in Italia un discorso pubblico vero nel quale un opinione pubblica si formi e abbia una reale influenza sulle vicende collettive politiche, economiche, scientifiche e culturali? La mia risposta era dieci anni fa, e lo è tutt’ora, che quest’influenza è scarsa. Gracile è il discorso pubblico nazionale al punto che a volte mi chiedo se esista davvero qualcosa cui dare quel nome. Qualora trovassimo tutti gli attori possibili sulla scena nazionale convergenti nel dire che occorrerebbe investire di più sulla ricerca scientifica, che succederebbe? Niente! C’è in altre parole una scarsa influenza del discorso pubblico sulla sfera collettiva. Come mai? Non potendo snocciolare un’analisi complessa e storica per ragioni di tempo, vi dò qualche spunto per arrivare a una risposta: se la mattina si entra in una affollata università italiana non si vede uno studente con in mano il giornale. Dal momento che condivido fortemente l’impulso che Boncinelli ci dà a considerare le relazioni internazionali e a confrontarci con altri paesi, vi posso assicurare che negli altri paesi europei le cose non stanno così. Andate a vedere e troverete molti più studenti con un giornale in mano. Prendiamo in esame, in modo analogo, il treno dei pendolari che arrivano a Roma da Ladispoli e Frascati o se ne vanno verso le 18 e le 19: non c’è una persona con un giornale in mano. Tutto questo ha un nesso con il discorso pubblico? Di certo sì. Dall’impressionismo passiamo ai dati, secondo me molto significativi, sugli abbonamenti ai giornali: esiste una classifica nei paesi sviluppati secondo la quale in Italia il 9% delle copie dei giornali venduti sono in abbonamento mentre il 91% sono copie acquistate in edicola; in Olanda invece il 90% delle copie sono in abbonamento mentre solo il 10% sono comprate in edicola. In Germania il 67% in abbonamento contro il 33% in edicola, negli Stati Uniti il 24% in abbonamento contro il 76% in edicola. Cosa significa tutto questo? L’essere abbonato ad un giornale significa cha la giornata di un cittadino inizia con il giornale mentre fa colazione, appena si sveglia, è il suo ingresso nel mondo, nel discorso pubblico. Colui che passa i suoi giorni, mesi ed anni senza leggere il giornale è per forza di cose fuori dal discorso pubblico, non ha alcuna idea del perché potrebbe succedere l’una o l’altra cosa. È questo un sintomo che ci deve preoccupare? Io dico di sì! È vero che quella che Hegel chiamava “la preghiera del mattino dell’uomo moderno” riguarda una piccola minoranza, inferiore ad 1/3, delle persone che in Italia sono in grado di leggere e scrivere, ma si può accettare che questa preghiera del mattino sia sostituita da quella della sera, dai telegiornali? No! Perché il discorso pubblico che arriva attraverso il mezzo televisivo è talmente semplificato da poter essere considerato più che un discorso una esposizione a procedimenti persuasivi. È stato calcolato che la durata media di una argomentazione politica è scesa sotto i dieci secondi. Tutto ciò significa che la “preghiera della sera” fa molto meno cittadino: per partecipare al discorso pubblico bisogna dedicare una parte della giornata all’informazione scritta. Aristotele, Ci si può chiedere? Serve davvero la partecipazione dei cittadini alla vita collettiva? Non è che se ne può fare a meno e le cose vanno ugualmente bene? Se si risponde di no a questa domanda – e dire di no sarebbe davvero poco democratico – badate che bisogna sapere che una partecipazione minimamente consapevole, anche senza avere qui troppe pretese di competenza, esige la capacità del corpo elettorale di giudicare un governo per approvarlo o bocciarlo, dopo un certo periodo; questa facoltà è comunque un atto di discorso pubblico molto forte. Preservare le condizioni di un giudizio di questo genere presuppone che si tengano sotto osservazione i fattori della comunicazione che ne determinano la qualità. Una democrazia in salute ha bisogno di un discorso pubblico che abbia una soglia minima di robustezza al di sotto della quale non è più preservata la condizione democratica. Per usare le parole di Russell, il compito dei processi educativi è quello di creare cittadini che siano immuni dall’eloquenza, ossia non siano troppo manipolabili dai processi persuasivi. Ottenere una persona non troppo manipolabile richiede un corredo di condizioni piuttosto complesso: benessere, informazioni, capacità di elaborale, di confrontarle con altri, di criticare i discorsi altrui in maniera pertinente etc. Un discorso pubblico in “buona salute” è come una pianta difficilissima da coltivare. Se non teniamo sotto controllo tutto questo manipolo di fattori, non solo perdiamo di vista la realtà ma rischiamo di “Volar sanz’ali” come afferma il Prof. Avveduto.
“IDENTITÀ, DIFFERENZE E VALORI COMUNI”
David Meghnagi
Il pendolo che il prof. Diamanti ci ha oggi proposto, ruota attorno al rapporto tra bisogni reali e bisogni interiori. Qualche anno fa mi trovai ad un dibattito con Giuliano Amato il quale rilevava la necessità di collegare il bisogno individuale con quello collettivo. In quell’occasione feci presente che c’era una contraddizione, tra questi due aspetti della vita psichica, che sarebbe illusorio pensare di voler risolvere una volta per sempre. Molte delle grandi tragedie del secolo che si è appena chiuso, nascono dalla pretesa di risolvere per sempre quest’aporia. La lezione freudiana c’insegna che si tratta di due aspetti del vissuto che saranno sempre in aperta tensione, sia sul piano individuale, sia su quello collettivo. La felicità è un mito tant’è che ci sono delle lingue che non contengono nemmeno la nozione. La vita è fatta di gioie e di dolori, spostare il pendolo verso la gioia è possibile solo a patto d’avere presente che il dolore è sempre dietro l’angolo. La perdita di una persona cara è fonte di dolore quanto più cara c’è stata. È già tanto riuscire a convivere con le angosce che ci portiamo dentro e con la distruttibilità cannibalica che domina le relazioni tra gli esseri umani, tra i popoli e la nostra relazione con la natura. Oggi dovremmo essere più umili e consapevoli. La natura non è dominabile ma siamo noi che dobbiamo adeguarci alla natura. Dopo un lungo cammino siamo così tornati a pensieri molto antichi sulla fragilità dell’esistenza. L’angoscia è figlia dell’Io e dove non c’è l’Io, c’è la fuga dalla realtà interna ed esterna con tutto ciò che questo comporta. L’Io è la sede dell’angoscia che non si può evitare e che rappresenta una grande conquista. Significa consapevolezza dei limiti. Negli anni cinquanta e sessanta in Francia, in Spagna, ed in Italia, se si chiedeva chi era Freud, erano in pochi a saperlo. Al contrario erano in molti a sapere chi fosse Marx. Nelle rappresentazioni collettive l’idea di una risposta collettiva ai problemi, aveva la precedenza su quella individuale. Il mito della felicità collettiva sopravanzava quello individuale. Dagli anni settanta è iniziato il processo opposto. Nei discorsi pubblici, Freud prendeva il posto di Marx, Sia ben chiaro non si tratta qui di quel che realmente ha scritto e fatto Freud, ma della vulgata psicoanalitica. L’opera di Freud, soprattutto quella più tarda, è quanto di più lontano vi sia dal mito della felicità che certe psicoterapie promettono a buon mercato. La visione che Freud aveva dell’umano era tragico: dallo scontro tra le pulsioni di vita e di morte non si esce, l’Io è la sede di un terribile scontro tra le pulsioni dell’Es e le richieste del Super-Io che ha come conseguenza il sentimento di colpa nell’inconscio. Nel campo della medicina sociale gli anni settanta sono gli anni della messa in discussione del sistema manicomiale, sono gli anni in cui una fascia crescente della popolazione chiede aiuto allo psicologo per affrontare i propri problemi. Mi sono chiesto in questi anni come siano cambiati i nostri pazienti, i problemi che portano non sono più gli stessi di un paio di decenni fa. I pazienti di un tempo chiedevano aiuto per affrontare i problemi posti dalle rimozioni imposte dalla civiltà. Il loro disagio nasceva dalla difficoltà a fare i conti con delle richieste eccessive imposte all’Io. In molti pazienti d’oggi, la richiesta è di come ritrovare i contorni dell’Io. La loro è l’angoscia di chi percepisce la realtà come sfuggente al punto che l’Io vi si perde. La loro richiesta non è d’essere liberati da un eccesso di rimozioni, ma di ritrovare i contorni e le separazioni fra interno ed esterno. Ciò di cui parlo è un riflesso della realtà più ampia in cui viviamo. La frammentazione sociale, la concentrazione del tempo ha coinvolto in questo processo di frammentazione l’Io. Un tempo, i filosofi si chiedevano se Dio esiste e si proponevano anche di dimostrarne l’esistenza. I filosofi oggi si chiedono se esista veramente l’Io, se esso non sia il frutto di un’illusione. L’angoscia di cui ci parlano i nostri pazienti d’oggi è un segnale che ha un’implicazione più ampia. Si vede nella crescita di disturbi come la bulimia e l’anoressia. Tra le pieghe del nostro intervento terapeutico emergono problemi che hanno implicazioni più ampie e contro certe vulgate terapeutiche, chiamano in causa la società nel suo insieme. Guardando dall’interno a questi disturbi si capisce che il vero problema del paziente è la creazione di uno spazio tra interno ed esterno. Il problema individuale è anche collettivo. La frammentazione dell’identità è una terribile fonte di dolore che può diventare insopportabile. Il dolore se non elaborato, può spingere a cercare soluzioni regressive di tipo autoritario. Il posto di una tradizione viva e creativa, può essere preso da un suo feticcio. È quanto accade con l’integralismo religioso. Esistiamo come persone solo in relazione agli altri. Abbiamo bisogno degli altri come del nostro respiro. L’essere umano è stato programmato per avere un rapporto con l’altro: il volto della madre, il suo calore che protegge e definisce i contorni che separano l’interno dall’esterno. Se questi confini sì perdono, anche la pelle si può ammalare. L’Io è in realtà anche un Io pelle. Attraverso il contatto della nostra pelle con tutti i suoi sistemi di ricezione e trasformazione apprendiamo a separare l’interno dall’esterno. La solitudine interiore, la sofferenza psichica quando diventano insopportabili possono condurre anche al suicidio. L’arrivo delle vacanze non è necessariamente un momento di gioia, tanto meno della felicità. È un momento di gioia per chi ha una vita consolidata e strutturata, positivamente proiettata sul futuro. Per molte persone l’arrivo di questo fatidico momento, che scandisce la vita della nostra società e sembra essere diventato una corsa, è fonte d’angoscia. Per una fascia ampia della popolazione che vive isolata, frammentata, col futuro incerto e legami insoddisfacenti, le vacanze sono un periodo carico d’angosce. Per gli anziani è il momento più difficile, perché gli anziani rimangono per la maggior parte soli con la loro angoscia di morire dimenticati, senza amore e condivisione. Per molti giovani il momento più atteso può essere un dramma. Si rimanda sino all’ultimo momento la decisione col rischio di fare la scelta peggiore. Si vaga da un luogo all’altro insoddisfatti e in panne. Nel campo della ricerca non è necessario avere a disposizione molti fondi come erroneamente si crede. Questo può essere vero per la scienze dure, ma non in quelle sociali e umane. Freud ha elaborato le sue scoperte rivoluzionarie attraverso l’osservazione clinica dei suoi pazienti. Piaget ha costruito un intero paradigma osservando i suoi tre figli! Un altro aspetto su cui vorrei richiamare l’attenzione è il problema della motivazione. Per sopportare dei sacrifici, caricarsi di un lungo percorso di formazione e di studio, bisogna essere motivati. Chi si sente internamente frammentato perde anche la motivazione. La domanda di collettività, di comunità, d’appartenenza e di esserci torna a farsi sentire. Vi sono nella realtà sociale tutta una serie di fermenti che lo confermano. Tutto questo non trova necessariamente accoglienza nel teatro della politica, nei media e nei salotti televisivi. C’è un diffuso malessere che chiede ascolto e che non può trovare risposta nell’idea di benessere inteso in senso puramente economico. C’è una gioia che nasce dall’essere utili e significativi per gli altri, che nessuna logica utilitaristica potrebbe spiegare adeguatamente. La gioia che una madre prova nel portare in grembo un figlio che di lei si nutre non ha nulla di utilitaristico. La mia personale convinzione dopo trent’anni di lavoro analitico è il principio di realtà risieda lì e non altrove. Come ha genialmente scritto Ferenczi in una pagina del Diario clinico, ciò che Freud aveva tematizzato come “principio di realtà”, l’adattamento al mondo, il suo controllo e dominio, visto in una prospettiva più profonda era in realtà un aspetto del cosiddetto “principio del piacere”. Lo comprendiamo meglio se riflettiamo sui danni arrecati alla possibilità stessa di vita sul pianeta, alla sparizione di molte specie viventi, alla distruzione delle risorse e al loro progressivo esaurirsi. Il nostro pianeta è come una grande madre che ci ha nutrito, e che selvaggiamente distruggiamo, avendo perso il contatto con la figura primigenia del padre. Dal rapporto equilibrato tra il principio di piacere inteso come adattamento e sopravvivenza individuale e il principio di realtà come capacità paterna e materna di dare ospitalità all’altro, come si fa con i nuovi nati, di trasformare creativamente le emozioni in pensieri nuovi, in questo equilibrio si gioca il nostro futuro. Quanto alla sfera politica, credo che in Italia l’attuale governo cadrà per questo motivo e non per merito dell’opposizione; l’opposizione non ha avuto grandi meriti in questo. Hanno avuto un merito quei tanti, che hanno svolto onestamente il loro lavoro semplicemente perché non saprebbero fare diversamente. Grazie a loro il tessuto, di cui si compone la nostra vita sociale, potrebbe esserci restituito meno sfilacciato e danneggiato di quanto non sarebbe accaduto altrimenti. Prof. Avveduto: “Meglio che ci sia questo cambiamento “ Prof. Meghnagi: Prevedo che ci saranno cambiamenti. Sono effettivamente convinto che si sia chiusa una fase; non lo posso asserire con dei sondaggi ma lo posso affermare sulla base di un piccolo campione di persone che ho potuto vedere clinicamente pur non essendo rappresentativi. La domanda che mi opprime è il costo che dovremmo pagare tutti insieme per affrontare il degrado cui è andata incontro la realtà sociale e culturale in Italia. Senza parlare poi della tragica situazione internazionale, delle aberrazioni del terrorismo, del razzismo e di un nuovo antisemitismo. Il decennio che ci attende è gravido di lutti e dolori, non so quanto vi sia preparata la classe dirigente che si appresta a prendere le redini del paese. Ci sono dei bisogni che non obbediscono ad una logica puramente utilitaristica, legati alla gioia dello sguardo altrui; del resto l’ampia diffusione del volontariato lo dimostra. Che cosa spinge una persona a dedicare gratuitamente una parte del suo tempo per gli altri? Purtroppo in questo come in altri campi ci sono anche “i professionisti della bontà”, come ci sono in modo moralmente insopportabile “i professionisti della pace”, coloro che si nutrono delle tragedie altrui costruendo su queste basi il loro futuro politico e di potere. È una zona grigia dalla quale non potremmo mai emanciparci. La zona grigia, come ha dolorosamente insegnato Primo Levi, è una parte costitutiva dell’agire umano e sociale. L’importante è che lo sappiamo, che lo teniamo in debito conto, interrogandoci onestamente ogni volta in cui siamo tra coloro che fanno del bene in che misura siamo coinvolti in questa modalità cannibalica di relazione col dolore altrui. Il bisogno di stare con gli altri, il bisogno d’empatia dal da punto di vista educativo sono dei valori ai quali la scuola non può rinunciare. Se siamo interessati a difendere la scuola da un possibile collasso, dobbiamo vigilare affinché questo valore, che è allo stesso tempo un bisogno insopprimibile della specie umana, sia garantito contro ogni illusione tecnologica e informatica. Non vorrei essere frainteso. Studio da anni le possibili applicazioni dei sistemi informatici ai processi educativi e formativi. C’è però qualcosa che nessuna tecnologia potrebbe mai darci ed è il rapporto emotivo, affettivo e cognitivo all’interno di un gruppo, nel rapporto con l’insegnante e con gli altri allievi. È un elemento costitutivo dell’essere umano, imprescindibile per un sano sviluppo psichico e intellettivo.
“L’ECONOMIA ITALIANA TRA RISANAMENTO E DECLINO”
Paolo Guerrieri
Buonasera a tutti Voi. Vorrei offrire anch’io un contributo di riflessione sull’ultimo decennio. Parlando - da economista – del sistema economico italiano e delle vicende che l’hanno caratterizzato in questo periodo più recente. Volendo sintetizzare al massimo, si può dire che il lascito dell’ultimo decennio non è affatto positivo, perché proprio in virtù di ciò che abbiamo ereditato fin qui l’economia italiani si trova oggi di fronte a un bivio: da una parte la possibilità di riprendere un sentiero di sviluppo e di crescita; dall’altro rassegnarsi ad un lento ma inesorabile arretramento competitivo e ristagno economico, con tutto ciò che comportano in termini di minore benessere e ridimensionate opportunità future. Per rendersene conto, si può fare per grandi flash la storia di questo decennio, sintetizzandola in tre grandi fasi. La prima, che va dal 92-93 al ’95, è dominata dalla crisi drammatica della lira e dalla sua maxi-svalutazione; la seconda è quella del risanamento della nostra finanza pubblica e dell’adozione dell’euro e copre tutta la seconda parte degli anni Novanta, fino alla fine dello scorso secolo: infine, vi è quella più recente, vale a dire gli ultimi tre anni – con una fase di ristagno che è stata la più lunga negli ultimi 50 anni, e dalla quale stiamo ancora cercando di venire fuori Sono fasi che hanno ovviamente dinamiche molto diverse. Ma c’è un dato di fondo che le accomuna: l’economia italiana lungo tutti e tre i periodi, e quindi durante tutto l’arco dell’ultimo decennio, ha accusato, anche se con alti e bassi, un graduale, secco arretramento a livello interno e internazionale. E’ curioso che ci si interroghi sempre più frequentemente da mesi sull’esistenza o meno di un declino dell’economia italiana, quando il declino è in realtà il nostro maggiore problema da anni. Non voglio tediarvi, ovviamente, con un lungo elenco di fatti a supporto di questa affermazione. Ma vale la pena citare qualche dato: nell’ultimo decennio l’economia italiana è cresciuta ad un tasso medio annuo pari all’1,4 per cento, meno della metà rispetto agli anni ’80, e mezzo punto al di sotto della media europea; la produttività del lavoro è cresciuta in Italia solo dell’1,7 per cento l’anno, circa la metà di quanto non sia cresciuta in Francia e Germania; ancora la produttività totale dei fattori, che misura la capacità di un’economia di generare innovazioni è addirittura diminuita nel corso degli anni Novanta; vi è poi da citare la forte perdita di competitività delle nostre merci sui mercati internazionali, con la quota italiana sulle esportazioni mondiali che è scesa - tra il 1995 ed il 2002 - dal 4,5% al 3,5%, se misurata a prezzi costanti. Sono dati molto eloquenti, che unitamente ad altri (che vi risparmio) sottolineano in particolare due fatti. Primo, è in atto indubbiamente una crisi che investe l’intera Europa, rispetto ad esempio all’economia nordamericana, ma i problemi dell’Italia sono assai più seri di quelli degli altri grandi paesi europei. Secondo, andamenti molto deludenti della nostra economia sono in corso da tempo e non possono essere fatti risalire solo alla debole congiuntura internazionale dell’ultimo periodo. C’è dunque un problema dell’Europa, ma c’è anche un problema dell’Italia in Europa. Non si può condividere dunque la posizione di chi continua tranquillamente ancor’oggi a negare l’esistenza di questo rischio concreto di declino economico del nostro paese, negando nel contempo la stessa necessità di approntare misure forti e immediate, e, in molti casi, impopolari. Se ci sono delle difficoltà - si dice – queste sono dovute a fattori e minacce di carattere esterno, quali l’adozione dell’euro e/o la rapida avanzata della Cina sul mercato mondiale. Ora, che l’adozione dell’euro e/o la crescita della Cina abbiano prodotto problemi di rilievo ed anche conseguenze negative per la nostra economia, che è necessario fronteggiare tempestivamente, è un dato di fatto incontrovertibile; ma arrivare ad attribuirgli la responsabilità dell’andamento economico estremamente deludente dell’ultimo decennio è un’affermazione priva di seri riscontri e del tutto strumentale. le cause del declino economico
I fattori che hanno determinato il declino economico del nostro paese sono in realtà altri. Com’è noto, risalgono indietro nel tempo, hanno natura strutturale e sono tutti interni alla storia e all’evoluzione di questo paese. Ovviamente io mi limiterò qui a citare i fattori economici come causa più immediata del rischi di declino, ma è ovvio che le cause ultime sono soprattutto istituzionali, sociali, culturali e politiche. Per restare nell’ambito economico, questi fattori si possono riassumere in tre grandi insiemi: - il primo chiama in causa innanzi tutto la frammentazione della struttura industriale italiana, troppo appiattita sulle piccole e piccolissime unità produttive, e caratterizzata ormai da pochissime grandi aziende. Per quanto dinamica e flessibile, la micro impresa italiana è incapace di crescere, e così penalizza la capacità di innovazione e di ricerca del capitalismo italiano, e soprattutto il suo modello di specializzazione produttiva: produciamo troppi prodotti tradizionali, ad alta intensità di lavoro, ed abbiamo abbandonato pressoché tutti i settori più dinamici ed innovativi, quali la chimica, la farmaceutica, l’elettronica, l’informatica, che sono al centro delle trasformazioni dell’economia globale. Anche la presenza all’estero delle nostre imprese a causa dell’elevatissimo numero di piccolissime unità resta molto debole ed è comunque sottodimensionata. Tanto più che queste micro unità fronteggiano un’offerta di lavoro scarsamente qualificata, con un grado di istruzione medio particolarmente basso nel confronto internazionale. - il secondo insieme di fattori investe le cosiddette “esternalità di sistema”e le note arretratezze in materia di infrastrutture e le altrettanto note distorsioni sui mercati dei beni e servizi. Le infrastrutture italiane, il cosiddetto capitale fisso sociale, sono del tutto inadeguate e questa arretratezza si è fatta in questi anni più pesante e avvertita. Ciò è vero sia per le infrastrutture materiali, che per quelle immateriali, sempre più rilevanti in un’economia avanzata. Vi sono poi le inefficienze diffuse e le forti distorsioni esistenti sui mercati dei beni e dei servizi, che si riassumono sotto il termine di scarsa concorrenza. Nonostante il tardivo sforzo di liberalizzazione intrapreso dal nostro paese in questi anni l’impressione è che il grado di concorrenza continui ad essere assolutamente carente in vasti segmenti della nostra economia: basti pensare a molti servizi, in primo luogo a quelli di pubblica utilità e a quelli professionali, alle poste e alle ferrovie, alla giungla di interessi settoriali (farmacisti, tassisti, edicolanti), ai mercati della proprietà e del controllo delle imprese. - Vi è poi un terzo insieme di fattori, sul piano macroeconomico, rappresentati in particolare dall’elevato livello del debito pubblico, che è circa il doppio di quello medio europeo. Il servizio di questo debito occupa importanti risorse, oltre il 3 per cento del PIL. Risorse che in altri paesi possono venire destinate agli investimenti in infrastrutture, in educazione e ricerca. le riforme mancate
Questi tre insiemi di fattori (frammentazione delle imprese e offerta di lavoro poco qualificata, arretratezza delle infrastrutture e scarsa concorrenza, elevato livello del debito pubblico) rappresentano in estrema sintesi alcune delle cause che meglio contribuiscono a spiegare il deludente andamento economico e la bassa crescita del nostro paese nell’ultimo decennio. Sono fattori che penalizzano oggi assai più di venti anni fa la competitività del nostro sistema economico e quindi le sue prospettive di sviluppo perché è mutato il quadro economico internazionale, che è divenuto più aperto e più competitivo per l’avvento delle nuove tecnologie. Tanto più che tali penalizzazioni non possono essere più compensate – come avveniva negli anni ’70 e ‘80- dalle ricorrenti svalutazioni e dalle dissennate politiche di spesa pubblica. Le cause della scarsa capacità di crescita dell’economia italiana risiedono dunque in carenze competitive che si sono venute accumulando da molto tempo e che non posso essere rimediabili in tempi brevi. Servono in realtà – ed è un fatto noto - riforme strutturali profonde, le sole in grado di porre rimedio a tali carenze. Ma la gran parte di queste riforme è ancora da realizzare. I vari governi che si sono succeduti in quest’ultimo decennio hanno in effetti fatto poco a questo riguardo, certamente molto meno di quanto fosse necessario. Dopo il periodo dei ribaltoni della prima metà degli anni ‘90, il primo governo di centrosinistra, il governo Prodi, ha indubbiamente avuto il grande merito di aver operato un risanamento macroeconomico di vasta portata consentendo così all’Italia l’entrata nell’euro. Ma i guai sono cominciati dopo, quando si doveva continuare ad operare interventi e cambiamenti di natura microeconomica finalizzati a liberalizzare e modernizzare l’economia italiana, attuando le riforme. Non lo si è fatto, finendo col cedere - nella fase che si apri dopo l’ingresso nell’euro tra il 1998 ed il 2001 - ai tanti gruppi di interesse e corporazioni che si muovono in questo paese. Il governo di centrodestra ha vinto le elezioni sulla scorta di roboanti promesse di grandi riforme. Ma ha poi realizzato molto poco in questi tre anni, portando avanti una strategia di piccolo cabotaggio, che ha lasciato di fatto irrisolti la maggior parte dei problemi economici. Si è cercato in questi ultimi anni addirittura di negare l’esistenza di un rischio di declino economico del nostro paese, imputando tutte le difficoltà all’avversa congiuntura economica internazionale e, più recentemente, allo spettro della Cina.
le cose da fare
Tutto questo riflette il passato. E per il futuro, che cosa si può fare? Un primo passo sarebbe partire dalla consapevolezza che la possibilità di un drammatico declino economico del nostro paese non è una ipotesi astratta, ma è un rischio concreto. Certo, potrebbe trattarsi di un declino reversibile, come dimostra l’esperienza di altri paesi, basti citare l’Olanda e l’Irlanda, come casi più recenti. Ma è reversibile a certe condizioni, ovvero realizzando le riforme necessarie. Non ci sono altre o più facili vie d’uscita. La lista delle cose più importanti da fare è abbastanza facile da stilare, perché è nota da tempo ed è legata ai mali italiani prima ricordati. Si può condensare nei seguenti 5 punti: - promuovere la concorrenza, a tutti i livelli, e soprattutto sul mercato dei beni e dei servizi, dal momento che la qualità di questi mercati è decisiva per i paesi nella competizione dell’era globale - ridurre la frammentazione della nostra struttura produttiva, aiutando le nostre imprese a crescere, soprattutto lo stuolo delle medie imprese familiari oggi presenti - migliorare il capitale umano, che tra tutti i fattori è quello decisivo, facendo compiere un salto di qualità all’istruzione e alla ricerca scientifica di questo Paese, divenute marginali negli ultimi decenni - modernizzare le infrastrutture, innanzi tutto le reti di trasporto e comunicazione, ma anche ovviamente le infrastrutture immateriali, quale l’ordinamento giuridico dell’economia, ad esempio, che è cruciale per la crescita economica di un paese - riprendere e consolidare il risanamento macroeconomico a partire dalla gestione dell’immenso debito pubblico accumulato, destinato altrimenti a divenire una zavorra micidiale per le nostre prospettive di sviluppo ma si riuscirà mai a farle?
Come si vede è un programma facile da declinarsi, e su cui esiste un vasto consenso tra gli studiosi e, a parole, anche tra molti esponenti politici. Ma secondo molti è un programma politicamente impossibile da realizzare, per la presenza nel nostro paese di corporazioni e gruppi di interesse così forti da poterlo ostacolare con ogni mezzo. Tanto più in presenza di forze e coalizioni politiche strutturalmente deboli. Questa visione degli scettici si potrebbe condensare così: “solo facendo le riforme, quali quelle prima elencate, si potrebbe combattere il declino, ma se il nostro paese fosse in grado di fare queste riforme non sarebbe certo in declino” Ciò che è avvenuto in questi ultimi anni sembra dare ragione agli scettici e alle tesi dell’impossibilità politica di riformare la nostra economia. Ma vorrei chiudere con una nota di maggiore ottimismo. Altre volte in passato si è data per spacciata la nostra economia, sottovalutandone spesso la capacità di reazione. Che invece c’è stata e ha consentito spesso aggiustamenti importanti e intraprese apparentemente impossibili. Ne è un esempio il radicale risanamento realizzato per la partecipazione del nostro paese all’Unione Monetaria Europea. Ci siamo dunque già riusciti altre volte in passato, potremmo riuscirci anche in futuro e tornare così a percorrere un sentiero di crescita e sviluppo. Perché non vi è dubbio che l’Italia abbia bisogno di crescere di più, per soddisfare gli ampi bisogni insoddisfatti, individuali e collettivi, oggi presenti nella società italiana. Certo se i cambiamenti non venissero realizzati e continuassimo la politica del piccolo cabotaggio di questi anni, non è difficile prevedere che ci ritroveremmo in un seminario come questo, forse tra dieci anni, non so se più infelici - a proposito del tema della relazione introduttiva di Diamanti - ma sicuramente più poveri.
Prof. Avveduto
Concludiamo questo panorama intenso con un finale pirotecnico, quello della cultura politica che riassume tutti i temi finora esaminati.
“CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ NELLA CULTURA POLITICA”
Alessandro Ferrara
Buonasera. Ringrazio innanzitutto gli organizzatori di questo Convegno per avermi invitato a fare queste riflessioni. Le considerazioni conclusive del collega Guerrieri mi danno la battuta iniziale per dire che una delle caratteristiche di questo Paese è di conoscere ogni tanto qualche “miracolo economico”, ma mai nessun “miracolo politico”. In questo senso le cose che dirò purtroppo contrastano un po’ con la mia collocazione finale del dibattito, la quale vorrebbe, almeno idealmente, che ci fosse un crescendo ottimistico: la mia è una posizione più pessimistica rispetto a quelle finora sentite. Volendo parlare di da spettatore delle cose della politica di questi dieci anni ad altre persone che sono state anch’esse spettatori, osservo che in questi ultimi dieci anni non è che non ci siano stati dei cambiamenti: solo che sono stati per la maggior parte negativi.. Mi colpiscono soprattutto tre aspetti di questo decennio. Il primo è la formazione di un polo conservatore a pieno titolo in questo Paese; il secondo è l’insieme di effetti dispiegati dalla transizione al maggioritario e il terzo infine è la chiusura ingloriosa di quell’episodio della storia del nostro Paese che è stato “Mani pulite”. Esaminiamo il primo punto. Prima di “Mani pulite” avevamo un sistema politico che ruotava attorno ad un grande partito di centro con al suo interno aveva componenti di destra e di sinistra che in alcun modo si potevano definire un partito conservatore in senso classico. Oggi, a dieci anni di distanza, queste componenti sono venute fuori. Non avevamo un polo conservatore, non avevamo una destra, adesso ce l’abbiamo. Non solo, abbiamo una destra che riflette tutte e tre le componenti del conservatorismo internazionale. Riflette la componente liberista, populista (quella che Diamanti chiamava “antipolitica”) ed infine riflette la componente di “elitismo democratico”, quella specie di ibrido che è Alleanza Nazionale. La destra “sommersa” è dunque emersa ed il decennio si chiude con una sinistra che è meno unita di quando il decennio è iniziato. Un secondo elemento è quello della transizione al maggioritario che è avvenuta all’alba di questo periodo di riferimento. L’abolizione del voto di preferenza ha introdotto un minimo di alternanza , ha ristrutturato in parte il sistema politico, ma non ha evitato l’orientamento endemico della politica di governo al giorno per giorno, al mantenimento del compromesso tra le frazioni differenti della coalizione di maggioranza piuttosto che non invece al perseguimento di politiche di lungo termine. C’è sempre la minaccia di uno sfarinamento della maggioranza di turno e in realtà il monitoraggio attivo di questo potenziale processo di sfarinamento diventa il focus dell’opposizione quando quest’ultima non è impegnata ad evitare il proprio di sfarinamento: questo processo inoltre occupa lunghe sezioni delle pagine dei giornali. Un altro problema che il “maggioritario” non ha risolto è quello del progressivo scollamento della rappresentanza politica dal Paese. Nella retorica del referendum sulla preferenza unica di quegli anni iniziali del decennio, la previsione era che l’introduzione del maggioritario avrebbe ridotto il potere delle segreterie di partito ed avrebbe avvicinato la rappresentanza politica al Paese. In un contesto uninominale non ci si sarebbe potuto permettere di catapultare personaggi estranei al territorio; in realtà, a dieci anni di distanza è accaduto l’esatto contrario. Lo strumento è la divisione tra collegi sicuri e collegi non sicuri. Nei collegi sicuri le segreterie di partito possono ampiamente catapultare persone totalmente estranee al territorio e in questo il loro potere nell’orientamento della politica non è diminuito bensì aumentato. E quindi gli effetti del maggioritario nel contesto italiano, cercando di stilare questo primo bilancio, sono qualcosa su cui meditare perché contrastano con la dottrina consolidata da Duverger a Sartori; c’è un coro unanime che afferma che i sistemi maggioritari producono aggregazione mentre da noi questo è avvenuto in maniera molto anomala: il sistema ha portato ad un bipolarismo che però non è affatto un bipartitismo. Bipolarismo all’italiana significa un’alternanza di coalizioni le quali hanno gli stessi problemi di coesione interna. Il bilancio è facile a farsi. I prezzi dell’effetto stabilizzatore li abbiamo pagati, per esempio abbiamo una regione come la Sicilia in cui storicamente il partito centrale dello spettro politico aveva raggiunto il 45-48% nei tempi migliori; mentre oggi la Sicilia dà 61 collegi su 61 quindi il 100% alla coalizione di Governo. Quindi il prezzo è stato pagato, nella forma della produzione artificiosa di un consenso che chiamare “bulgaro” significa recare offesa a un paese che oggi da una prova assai migliore di democrazia. Il beneficio che ripaga tale presso peraltro ancora non si vede, perché fino alle verifiche della scorsa estate la politica italiana rimane saldamente nel quadro della navigazione a vista. E soprattutto, l’endemico deficit di incisività dell’azione di Governo dell’esecutivo, dovuto alle molteplici crisi di Governo, non si è risolto. E infine, il terzo elemento su cui volevo soffermarmi è la vicenda “Mani pulite” e il suo fallimento. Qui si capisce in qualche modo l’anomalia politica italiana. Si parlava, in tempi di guerra fredda del “fattore K”, fattore che pesava sulla situazione italiana. Ma io credo che l’anomalia italiana oggi, se guardiamo questi dieci anni, viene fuori sotto il segno della continuità: aiuta in questa operazioni guardarsi con gli occhi degli altri. Per darvi un’idea di come colleghi di fuori che si occupano di politica vedono il nostro Paese, basti citare l’articolo di Susan Rose Ackerman, un’autorità mondiale negli studi su politica e corruzione, in cui potete leggere una perfetta sintesi del processo Cusani e del il caso Enimont nella prima parte, mentre il resto dell’articolo è dedicata alla lezione che i Paesi dell’America Latina possono trarre dalla vicenda della corruzione italiana. Il focus dell’articolo di questa importante studiosa è appunto: quale lezione dalle vicende italiane possono trarre i paesi dell’America Latina per tenere a bada il loro problema di corruzione? Quando accadde “mani pulite”, una delle interpretazioni che andava per la maggiore era il fatto che i componenti del “Caf” erano da annoverare “tra le vittime del Muro di Berlino”, la cui caduta li aveva resi in qualche modo geopoliticamente superflui. Era cioè venuta meno la ragione sotrica di un patto scellerato in base al quale il Paese pagava il prezzo di accettare passivamente la corruzione della propria classe dirigente in funzione della stabilità politica e dell’ancoramento del Paese stesso al quadro geopolitico occidentale. Oggi, se guardiamo la realtà a dieci anni di distanza, credo che, purtroppo per noi, dobbiamo abbandonare questa interpretazione. L’anomalia italiana si rivela viva e vegeta, nella presenza di amplissime aree di illegalità: l’evasione fiscale, l’abusivismo edilizio e l’economia sommersa. Ne ho nominate solo tre perché tante me ne ero preparate, ma quasi mi vergogno, perché come risulta da un articolo odierno apparso su “Repubblica”queste aree sono ben sette, e per ciascuna delle quali ne viene dato il valore economico. Non sono un economista e dunque rifletto su questo aspetto solo dal punto di vista politico. L’anomalia sta nel fatto che questa diffusione d’ille galità, che pure esiste in altri Paesi anche se non in questa proporzione, genera un mercato politico. Da questo punto di vista, poco o nulla è cambiato e ce ne rendiamo conto dal fatto che i provvedimenti che hanno portato al rientro dei capitali, nonché i condoni in corso, sono tutti provvedimenti che hanno inizio dal 2001. Si tratta di una domanda politica che proviene da almeno 1/3 della popolazione che ha qualcosa da “sanare” e alla quale corrisponde un’offerta politica, di mano leggera. Ma è un’anomalia che è difficile pensare possa essere sanata. È amaro constatare come “Mani pulite” abbia solo soddisfatto il gusto borbonico di vedere i potenti trascinati nel fango – spettacolo che peraltro mantiene la sua attrattiva solo per lo spazio di un mattino. Tutto ciò contrasta con la percezione del fatto che in altri posti invece la cultura della trasparenza politica fa passi avanti; in altre culture politiche questa storia della trasparenza tra governo e cittadini è diventata un valore imprescindibile mentre da noi tutto ciò non si vede. Lo stimolo che lancio è questo: possiamo forse riscontrare, come qui è stato affermato, un aumento di partecipazione politica sotto forma di partecipazione alle manifestazioni, ma comunque proporrei di andare a vedere dentro a quella partecipazione e di dire a quali manifestazioni si va a partecipare. La mia impressione, da lettore di giornali, è che le manifestazioni che si svolgono in Italia per il 90% si dividono in due categorie: o sono manifestazioni ed attività politiche che riguardano interessi particolari nobilissimi come le pensioni, i rinnovi dei contratti, gli aumenti in genere oppure riguardano l’universo mondo del pacifismo e di una scena internazionale su cui il nostro governo non ha alcuna influenza; ma mai riguardano quei gangli politico-istituzionali che sono i conflitti di interesse, il modo in cui l’informazione è gestita nel Paese, i guati introdotti da un malinteso federalismo, la riforma costituzionale, la riforma della magistratura. Mi spiace dunque non riuscire a suonare una nota ottimistica ma dalla riflessione inizia comunque il cambiamento. Grazie.
Prof. Avveduto
Ringrazio tutti per aver partecipato a questo lungo cammino. Quella di oggi è stata una vera e propria sfida intellettuale che ricorderemo come uno dei momenti più alti della cultura complessiva che la nostra Università riesce a produrre. |